Vulnerabilità VPN Check Point, hacker dentro senza password, è zero-day
La vulnerabilità VPN Check Point scoperta in questi giorni è il peggior incubo di chi gestisce una rete aziendale: gli attaccanti entravano senza conoscere nessuna password. La falla, tracciata come CVE-2026-50751 con un punteggio CVSS 9.3, è uno zero-day vero, sfruttato in silenzio per circa un mese prima che esistesse una patch. E in almeno un caso dietro c’era un affiliato del ransomware Qilin.
Il problema sta in un difetto logico nella validazione dei certificati dei prodotti Remote Access VPN e Mobile Access. Sfruttandolo, un attaccante remoto non autenticato può stabilire una sessione VPN completa senza fornire credenziali valide. Niente brute force, niente phishing: la porta si apriva da sola.
Chi è a rischio e da quando
La vulnerabilità VPN Check Point colpisce solo le installazioni configurate con IKEv1, un protocollo di scambio chiavi deprecato da anni ma che Check Point supporta ancora per i client legacy. Le versioni interessate vanno dalla R80.20.X alla R82.10, inclusi i firewall Spark.

La timeline fa impressione. I primi attacchi risalgono al 7 maggio 2026, ma Check Point ha notato l’attività sospetta solo il 4 giugno, quando lo sfruttamento è esploso. L’azienda ha rilasciato le hotfix l’8 giugno e la CISA, l’agenzia americana per la cybersecurity, ha subito inserito la falla nel catalogo KEV delle vulnerabilità sfruttate attivamente, imponendo alle agenzie federali di patchare entro l’11 giugno. Cioè oggi.
Per ora le organizzazioni colpite sono qualche decina in tutto il mondo, quindi parliamo di attacchi mirati e non di una campagna a tappeto. Ma c’è un dettaglio che allarga il quadro: secondo Check Point la stessa infrastruttura criminale starebbe sfruttando anche vulnerabilità VPN nei prodotti di Palo Alto Networks, Fortinet e F5. I ricercatori hanno trovato pure tracce del protocollo Tox, quello che gli operatori ransomware usano per comunicare tra i loro nodi.
Il ransomware Qilin e la seconda falla
Una precisazione importante: la vulnerabilità VPN Check Point apre la porta, ma non consegna le chiavi di tutta la casa. Per muoversi nelle risorse interne o scalare i privilegi servono passaggi ulteriori. Il guaio è che il gruppo dietro almeno uno degli attacchi confermati, un affiliato di Qilin, di quei passaggi ha fatto un mestiere. Qilin è uno dei nomi più attivi della scena ransomware, e un mese di accesso indisturbato è un vantaggio enorme.
E non finisce qui. Indagando sulla prima falla, i ricercatori ne hanno trovata una seconda, CVE-2026-50752, sempre nella logica di validazione dei certificati di IKEv1. Questa permette attacchi man-in-the-middle sulle connessioni VPN site-to-site, quelle tra sedi aziendali. Non risulta ancora sfruttata, ma le hotfix coprono entrambe.

Cosa fare subito
Se amministri un gateway Check Point, la vulnerabilità VPN Check Point va trattata come un’emergenza, non come l’ennesimo aggiornamento da pianificare. Le mosse indicate dall’azienda: aggiornare subito alla versione corretta, disabilitare IKEv1 se ancora attivo, rimuovere il supporto ai client Remote Access legacy e imporre un certificato macchina per stabilire le connessioni.
C’è poi la parte più scomoda: visto che gli attacchi vanno avanti dal 7 maggio, patchare non basta. Check Point raccomanda audit forensi dei log a partire da quella data, cercando nei log di SmartConsole i tentativi di autenticazione con certificato legati all’infrastruttura degli attaccanti. Gli indicatori di compromissione, IP inclusi, sono stati pubblicati nell’advisory ufficiale. Se qualcuno è entrato a maggio, la patch di giugno non lo butta fuori.
La lezione di fondo è la solita, ma vale la pena ripeterla: i protocolli deprecati tenuti vivi “per compatibilità” sono il punto debole preferito dagli attaccanti. IKEv1 doveva essere spento da anni.
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Perché le VPN aziendali sono la porta d’ingresso delle reti dove girano i tuoi dati: la banca, l’assicurazione, magari l’azienda dove lavori. Quando una vulnerabilità VPN Check Point da 9.3 resta sfruttata per un mese senza che nessuno se ne accorga, il problema riguarda tutti, non solo gli amministratori di rete. E il fatto che la stessa gang stia bussando anche alle porte di Fortinet e Palo Alto dice che la caccia alle VPN è appena cominciata. Se vuoi capire come l’industria sta reagendo agli attacchi a velocità macchina, leggi anche il nostro articolo sulle difese automatiche di Cloudflare.
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