Scudo anti‑pezzotto bocciato dall’Ue: servono garanzie
Lo scudo anti‑pezzotto italiano, conosciuto anche come Piracy Shield, è finito sotto la lente della Commissione europea, che ha chiesto formalmente chiarimenti al Governo per verificare la compatibilità del sistema con le norme europee e il Digital Services Act (DSA).
Che cos’è il Digital Services Act (DSA)?
Il Digital Services Act (DSA) è la nuova legge europea che regola i servizi digitali, entrata in vigore nel 2024. Il suo scopo è rendere le piattaforme online più sicure, trasparenti e rispettose dei diritti degli utenti.
- Tutela i diritti fondamentali online, come la libertà d’espressione.
- Impone alle piattaforme di rimuovere contenuti illegali in modo trasparente e proporzionato.
- Garantisce agli utenti strumenti per contestare blocchi o segnalazioni.
- Obbliga i giganti del web a valutare e mitigare i rischi sistemici della loro attività.
In pratica, il DSA fissa regole comuni per tutti i fornitori di servizi digitali operanti in Europa, con requisiti più severi per le piattaforme più grandi.
Lo scudo anti‑pezzotto nel mirino di Bruxelles
Nella lettera inviata a metà giugno 2025 al ministro Antonio Tajani, Bruxelles ha riconosciuto l’impegno dell’Italia nella lotta alla pirateria online, ma ha sollevato una serie di criticità importanti: secondo l’UE, lo scudo anti‑pezzotto rischia di violare principi fondamentali come la libertà d’espressione e il diritto di difesa degli utenti, in quanto il sistema di blocco automatico previsto non garantirebbe abbastanza trasparenza e tutele giuridiche.
L’attuale normativa italiana obbliga le piattaforme a intervenire entro 30 minuti dalla segnalazione e prevede lo sblocco automatico dei contenuti dopo 24 ore. Secondo Bruxelles, però, queste tempistiche non lasciano margine per contestazioni o verifiche imparziali e rischiano di portare a overblocking, ossia al blocco ingiustificato di siti legittimi.
Le criticità evidenziate dall’UE
Tra i principali rilievi della Commissione:
- Mancanza di adeguate garanzie procedurali per i soggetti colpiti dallo scudo anti‑pezzotto.
- Rischio concreto di blocchi ingiustificati, già verificatisi in passato (come con Google Drive).
- Assenza di notifica del sistema tramite la procedura TRIS, obbligatoria per le norme tecniche che incidono sul mercato unico europeo.
- Insufficiente trasparenza nella gestione dei reclami e nella motivazione dei blocchi.
Secondo l’UE, lo scudo anti‑pezzotto, così com’è, non rispetterebbe pienamente gli standard fissati dal Digital Services Act, entrato in vigore proprio quest’anno.
La replica italiana
Da Roma fanno sapere che le osservazioni europee erano già state in parte prese in considerazione e che il testo definitivo sarà aggiornato in modo da rispettare le indicazioni dell’UE. Il commissario Agcom Capitanio ha dichiarato che «la lotta alla pirateria è una priorità, ma senza trascurare la tutela dei diritti fondamentali».

Cosa succede ora?
L’Italia dovrà fornire chiarimenti ufficiali e, molto probabilmente, modificare il decreto sullo scudo anti‑pezzotto per renderlo pienamente conforme al quadro normativo europeo. In caso contrario, Bruxelles potrebbe avviare una procedura d’infrazione per violazione delle norme comunitarie.
La vicenda conferma quanto sia delicato l’equilibrio tra il contrasto alla pirateria e la salvaguardia delle libertà digitali: un equilibrio che, secondo l’UE, oggi non è garantito.
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