Multa Agcom a Cloudflare, il Tar non lascia scampo
Il Tar del Lazio ha appena messo la parola fine a uno dei casi più seguiti dell’estate digitale italiana. La multa Agcom a Cloudflare resta confermata, dopo che i giudici amministrativi hanno respinto in blocco i ricorsi presentati dalla società americana contro la sanzione da oltre 14 milioni di euro. Una decisione che chiude, almeno per ora, un braccio di ferro cominciato più di un anno fa.
Cosa dice la sentenza sulla multa Agcom a Cloudflare
Con la sentenza n. 13201/2026, il Tar ha bocciato due ricorsi paralleli, quello di Cloudflare Inc. e quello della sua rappresentante europea, Cloudflare Portugal Unipessoal Lda. Le motivazioni sono praticamente identiche in entrambi i casi, e questo pesa parecchio sul piano giuridico, perché toglie a Cloudflare qualsiasi margine di manovra per un’interpretazione più morbida della norma.

Il cuore della difesa di Cloudflare puntava sulla competenza territoriale. L’azienda sosteneva che a decidere sugli ordini di blocco dovesse essere l’autorità portoghese, l’Anacom, visto che Cloudflare Portugal è la rappresentante legale designata sul territorio europeo secondo il Regolamento sui Servizi Digitali. Un’obiezione tutt’altro che marginale, come avevamo già raccontato quando Cloudflare minacciò conseguenze pesanti pur di non piegarsi alle richieste italiane.
l Tar ha però respinto questa lettura senza troppi giri di parole. Secondo i giudici, il potere di Agcom dietro la multa Agcom a Cloudflare trova fondamento diretto nella Legge antipirateria, che attribuisce all’autorità italiana la facoltà di ordinare la disabilitazione dei contenuti a tutti i prestatori di servizi coinvolti, compresi i fornitori di Vpn e Dns, indipendentemente da dove abbiano sede legale.
I motivi dietro la multa Agcom a Cloudflare
Il caso nasce da due provvedimenti distinti. Il primo, di febbraio 2025, ordinava a Cloudflare di disabilitare l’accesso a una serie di contenuti pirata segnalati tramite il sistema Piracy Shield. Il secondo, arrivato a dicembre, è la sanzione vera e propria, scattata dopo che l’azienda non aveva dato seguito all’ordine iniziale.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, l’importo della multa Agcom a Cloudflare corrisponde a circa l’1% del fatturato globale della società, ben al di sotto del tetto massimo previsto dalla normativa, fissato al 2%. Il Tar non ha trovato elementi sufficienti per ridurre la cifra, ritenendola proporzionata sia alla gravità dell’inottemperanza sia alla capacità economica di un’azienda che fattura oltre 1,6 miliardi di dollari l’anno.
Non è la prima volta che il rapporto tra Cloudflare e le autorità italiane finisce sotto i riflettori. Qualche mese fa avevamo seguito da vicino le tensioni tra le due parti, quando si era arrivati a ipotizzare scenari estremi pur di non sottostare al sistema di blocco imposto da Agcom.
Le reazioni alla decisione del Tar
Il commissario Agcom Massimiliano Capitanio ha commentato la multa Agcom a Cloudflare definendo la sentenza complessa ma estremamente esaustiva, precisando comunque che si tratta di un giudizio di primo grado e che Cloudflare potrà ancora fare ricorso davanti al Consiglio di Stato. Capitanio ha anche voluto chiarire un punto delicato, ovvero che Piracy Shield non rappresenta una minaccia per il funzionamento della rete né per la libertà di espressione, come sostenuto più volte dalla stessa Cloudflare nelle sue comunicazioni pubbliche.

Dal fronte sportivo è arrivato invece il commento di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, che ha parlato apertamente di una svolta storica per la tutela del diritto d’autore e per l’intera industria sportiva italiana, sottolineando come la pirateria danneggi concretamente il valore dei diritti audiovisivi e l’intero ecosistema del calcio professionistico.
Sul piano puramente giuridico, la multa Agcom a Cloudflare resta un caso studio destinato a essere citato spesso nei prossimi mesi. Va detto che la questione non riguarda in alcun modo una responsabilità editoriale sui contenuti diffusi. Il punto contestato a Cloudflare è un altro, ed è il rifiuto di collaborare all’esecuzione di un ordine legittimo rivolto a un prestatore di servizi della società dell’informazione, categoria che secondo la Legge antipirateria comprende ormai anche chi offre Dns pubblici, reti di distribuzione dei contenuti e servizi di reverse proxy, come spiegato nella nostra sezione tecnologia.
Resta comunque da vedere come reagirà l’azienda americana. Finora Cloudflare non ha mai nascosto la propria contrarietà al sistema Piracy Shield, definendolo pubblicamente uno strumento privo di adeguate garanzie procedurali. Ma con la multa Agcom a Cloudflare ormai confermata da due sentenze pressoché identiche, l’unica strada che resta percorribile è quella di un ulteriore appello davanti al Consiglio di Stato, con tempi tutt’altro che brevi.
La multa Agcom a Cloudflare arriva peraltro in un momento in cui il tema della pirateria sportiva è più caldo che mai in Italia. Intanto il precedente giuridico è già scritto, e difficilmente resterà isolato. Altri operatori che finora hanno collaborato in modo più fluido con Agcom, come Google, potrebbero non essere gli unici casi virtuosi ancora per molto: la vicenda della multa Agcom a Cloudflare dimostra che l’Autorità italiana è disposta ad andare fino in fondo pur di ottenere l’esecuzione dei propri ordini.
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