Errori Piracy Shield: i numeri che non tornano
Errori Piracy Shield: il tema torna prepotentemente al centro del dibattito, e questa volta a sollevarlo non è un attivista digitale o un esperto di turno, ma Elisa Giomi, commissaria AGCOM. Quella stessa autorità che Piracy Shield lo gestisce. Durante la presentazione dei dati Fapav/Ipsos sulla pirateria audiovisiva in Italia, sono usciti numeri presentati con toni trionfalistici: tasso di errore dichiarato pari allo 0,0057%, calcolato su oltre 122.481 segnalazioni. Tutto bene, quindi? No. Eppure gli errori Piracy Shield erano già evidenti a chiunque avesse seguito le vicende degli ultimi mesi.
Giomi ha risposto su LinkedIn senza troppi giri di parole: “Occorre saper leggere i numeri prima di celebrarli, se vogliamo essere davvero efficaci nel contrasto alla pirateria.”
Gli errori Piracy Shield che i numeri nascondono
Il primo punto sollevato dalla commissaria è il più tecnico ma anche il più concreto. Il tasso di errore dichiarato non tiene conto dei casi di overblocking, ovvero quei blocchi che hanno colpito servizi legittimi insieme a quelli pirata. Non stiamo parlando di siti oscuri: in passato Piracy Shield ha bloccato Google Drive e diverse CDN lecite, infrastrutture che milioni di utenti e aziende usano ogni giorno.

Dietro ogni blocco erroneo, scrive Giomi, “c’è un’impresa, una piattaforma, un servizio, una reputazione commerciale, un diritto di difesa compresso”. Gli errori Piracy Shield non sono un danno collaterale accettabile: è un problema strutturale che lo 0,0057% non fotografa minimamente, perché quel dato misura solo le segnalazioni contestate, non l’impatto reale dei blocchi sul traffico legittimo.
Gli errori Piracy Shield di questo tipo sono difficili da quantificare proprio perché il sistema funziona in automatico, con blocchi eseguiti entro 30 minuti dalla segnalazione. Velocità che è il punto di forza del sistema, ma anche la sua vulnerabilità principale.
I conti che non tornano sul valore reale
Il secondo rilievo di Giomi è ancora più scomodo. Se gli abbonati pirata in Italia sono davvero 3,3 milioni come dichiarato, e i blocchi eseguiti sono stati 122.481, significa che Piracy Shield intercetta appena il 3,7% del problema. Meno di 4 utenti pirata su 100.
Il ragionamento sulla conversione degli utenti al legale è altrettanto debole: anche ipotizzando che tutti smettessero di pirateggiare domani, l’IVA generata per lo Stato sarebbe nell’ordine di decine di milioni, “meno di un centesimo di punto percentuale del bilancio pubblico italiano”, scrive la commissaria. Non esattamente il tesoretto che qualcuno ha evocato.
Questo non significa che combattere la pirateria sia inutile. Significa che gli errori Piracy Shield nella comunicazione dei risultati rischiano di gonfiare aspettative e nascondere criticità reali. Un problema che vale anche nel contesto più ampio, come dimostra l’operazione contro PirloTV che ha abbattuto 44 domini ma lasciato in piedi diversi mirror ancora accessibili.

Dare pagelle agli operatori non si fa
Il terzo punto riguarda il metodo. Giomi critica apertamente la tendenza a promuovere pubblicamente alcuni operatori di rete rispetto ad altri, sulla base della loro presunta collaborazione con AGCOM. È una pratica che definisce “fuorviante”, perché le differenze tra operatori spesso dipendono da fattori strutturali e non da una scelta volontaria di collaborare o meno.
Non è la prima volta che la commissaria si trova in posizione di minoranza su questi temi: a gennaio 2026 aveva già votato contro la sanzione da oltre 14 milioni di euro inflitta a Cloudflare, ritenuta sproporzionata rispetto alla situazione concreta. Una voce scomoda, ma con argomenti difficili da ignorare.
La situazione
Gli errori Piracy Shield non riguardano solo il sistema tecnico, ma anche il modo in cui i risultati vengono comunicati. Giomi non dice che la lotta alla pirateria è sbagliata, tutt’altro. Dice che celebrare numeri che non raccontano la realtà completa è controproducente, perché impedisce di vedere dove il sistema va migliorato. Un’autocritica interna ad AGCOM che, in un settore abituato ai comunicati trionfalistici, fa decisamente rumore.
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